Il Decreto Pisanu va in pensione: futuro del wifi pubblico in Italia

Il Decreto Pisanu va in pensione: futuro del wifi pubblico in Italia

Natale si avvicina e quest’anno porterà un dono gradito a tutti noi amanti, non solo del web, ma anche della libertà.

Siamo ormai prossimi, infatti, alla decadenza del Decreto Pisanu, che prende il nome dall’ex Ministro degli Interni e che attiene, tra le altre disposizioni, anche alla diffusione della rete internet, ad accesso pubblico, wifi o cablata, nel nostro paese. Per quello che interessa da vicino la regolamentazione della rete senza fili, il decreto impone procedure molto restrittive e spesso complicate da un lungo iter burocratico, a carico dei gestori di locali pubblici, per poter allestire quello che in altri paesi è la normalità, oltre a una forma di espressione della libertà: postazioni telematiche pubbliche per l’accesso ad internet. In poche parole, regolamenta l’attività di ogni esercente che voglia fornire un servizio orientato in tal senso, dai grandi locali pensati esclusivamente per fornire la connessione al web, fino ai più piccoli Internet Point di bar o tabaccai.

Il decreto impone misure assai onerose per chi voglia allestire all’interno del suo locale una postazione per la connessione di rete e per quei circoli privati come alberghi o università, che dovrebbero fare di Internet un servizio non di punta, ma basilare, come accade, per citare un esempio concreto, in tutti i principali aeroporti del mondo: da un lato, vige a carico del gestore, l’obbligo di richiedere la documentazione di identità necessaria ai clienti, i dati dei quali devono essere conservati per diversi anni. Dall’altro, è necessaria la richiesta di licenza al questore, operazione che dilata enormemente i tempi di messa in atto del progetto commerciale. Infine, i log della navigazione di ogni singolo cliente devono essere conservati, con evidenti problematiche di spazio e incremento dei costi.

Queste norme, contenute nell’Articolo 7 del decreto Pisanu, hanno frenato la diffusione degli hot spot pubblici e non, col risultato che, ad oggi, in Italia si aggirano intorno alle 4000 strutture, un quarto in meno rispetto ai punti di accesso francesi e neanche un quindicesimo di quelli che troviamo negli Stati Uniti.

Sebbene la ratio di tali misure restrittive sia rinvenibile in un esigenza primaria quale la lotta al terrorismo, non a caso il decreto fu emanato in seguito agli attentati nella metropolitana di Londra nell’estate del 2005, nella realtà dei fatti ha completamente paralizzato la diffusione della rete, contribuendo ad accrescere la generale arretratezza tecnologica del nostro paese, con danni, non solo per noi intesi come singoli, nella misura della mancanza del servizio, ma anche ad una fonte di reddito globale di una Nazione, come il turismo, non essendo praticamente possibile accedere ad internet per i turisti stranieri in visita alle nostre città. Una mancanza che nel 2011 non può essere accettata.

Gli unici ad aver tratto beneficio da questo provvedimento sono stati i gestori delle reti telefoniche, in seguito alla diffusione della connettività e delle reti 3G, che, di fatto, hanno reso possibile il collegamento ad internet dalla maggior parte dei luoghi coperti dai ripetitori delle compagnie e hanno ovviato, anche se solo in parte, essendo questo tipo di modalità di navigazione a pagamento, alla mancanza di una rete wifi pubblica.

L’Onorevole Roberto Cassinelli (PDL), già quasi un anno fa aveva proposto quello che appare essere il cambiamento tanto atteso e finalmente prossimo a realizzarsi, almeno in parte, visto che sembra che le forze politiche vadano più incontro ad una totale abrogazione dell’Articolo 7, invece che ad una modifica ragionata di questo. Come fa giustamente notare, il problema principale non sta tanto nell’identificazione che ci viene richiesta, posto che i nostri Internet Service Provider tengono traccia di praticamente ogni spostamento che effettuiamo sul web, quanto “nelle modalità attraverso le quali queste vengono richieste, che costringono utenti ed esercenti a procedure soffocanti”. Cassinelli afferma, in conclusione, che sarebbe molto meglio se la richiesta di documentazione – e conseguente identificazione – avvenisse “in casi speciali e che non fosse la regola, per dare ossigeno alla diffusione del web nel nostro Paese”. Sembra, a nostro avviso, che questa sia la soluzione in grado di fornire il maggior equilibrio al sistema, commisurando gli interessi di sicurezza, su un fronte, ma anche di libertà del web, dall’altra parte della barricata.

Hot-Spot negli USA

Il Ministro Maroni ha, finalmente, annunciato, che il decreto Pisanu non sarà rinnovato e questo fatto apre le porte ad una liberazione importante dalle catene che immobilizzavano, o quasi, il settore. Non essendo ancora possibile prevedere come verrà configurata la situazione dopo l’abolizione del decreto, sembra essere dato certo l’eliminazione dell’obbligo di registrazione del documento di identità dei fruitori del servizio. Verranno, inoltre, modificate le procedure di richiesta di autorizzazione presso la questura, mentre permarrà il dovere di conservare i log delle connessioni degli utenti.

Si prospetta, pertanto, una progressiva diffusione soprattutto del wifi pubblico, da sempre sponsorizzato dalle amministrazioni locali. Ad oggi, diverse città forniscono un servizio di accesso alla rete, previa registrazione, che consente di collegarsi dai luoghi più visitati dai turisti e con più passaggio dei cittadini. Nonostante gli oneri portati dal decreto Pisanu, molte citta tra cui Milano, Parma, Genova, Bologna, Ferrara e Venezia hanno già attivato il servizio. Proprio la capitale, se il progetto iniziato nel 2009 verrà ultimato, vedrà la nascita di una delle più grandi aree urbane, con copertura wifi, di tutta Europa.

La speranza è quella che la nuova normativa sia in grado di permettere un progresso dell’Italia in questo settore, ormai di vitale importanza, di pari passo con la diffusione della rete internet ADSL, ancora tristemente arretrata nel nostro Paese, non essendo in grado di connettere quasi un terzo della popolazione, per dare una spinta allo sviluppo, forse anche in proporzione maggiore, rispetto a quello che  potrebbero fare le grandi opere pubbliche da anni annunciate, ma i lavori delle quali non sono mi incominciati.



2 Commenti a Il Decreto Pisanu va in pensione: futuro del wifi pubblico in Italia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Gli ultimi articoli